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kaufmann repetto is glad to announce Factum, Candice Breitz’s third solo show at the gallery.

For the last decade, portraiture has been at the core of Breitz’s work. A series of multi-channel video installations have chartered the territory of individual experience as played through the broader web of social identifications and belongings that structure subjectivity.

For this exhibition, Breitz will install Factum (2010) in the main space of the gallery. Originally commissioned and produced by The Power Plant in Toronto, this series of eight video installations includes seven dual-channel portraits of identical twins and one trichannel portrait of a set of triplets. Each of the diptych/triptych installations is presented on a pair/trio of vertically installed plasma displays. Each is a dynamic multiple portrait that explores the processes of reciprocal identification and differentiation. Like Robert Rauschenberg’s near-identical paintings Factum I and Factum II (both 1957), from which the series borrows its title, each interviewee in Factum is an imperfect facsimile of their twin: the apparent identicality of the siblings is undermined by a host of subtle differences.

To produce Factum, Breitz conducted a series of long interviews with pairs of monozygotic twins based in and around Toronto. Each pair chose the location of their interviews (usually the home of one or both of the siblings) and was asked to dress identically for the duration of the interviews. In each case, the siblings were interviewed independently of one another, and were not present to each other’s interviews. As they respond to Breitz’s questions (the artist’s presence is constantly implied throughout the work, although her voice is excluded from each edit), the twins address a broad range of topics.

Their personal reflections on family and selfhood, community, memory and significant biographical milestones gradually uncover a complex system of differential relations between each individual and the social matrix in which s/he is embedded. Via the editing process, Breitz emphasizes those differentiating traits that distinguish each twin, compared to an individual that appears identical to him/her, both in terms of physical features and personal experiences. Once put side by side, the resulting diverging dialogues reveal a profound relativism that contradicts a vision of being as a definite entity, while confirming a process of self-affirmation that goes through reciprocal confrontation. Factum ultimately raises questions not only about twinship per se, but also about the struggle that each individual must negotiate in defining him or herself as distinct, while facing constant reminders of the relative role of others in the process of self-definition. The relationship established with the camera, as well as the conversational tone of each work, shifts from double portrait to double portrait, ranging from modest to explicit responses, from contained rational answers to moving emotional engagement.

Factum runs the gamut from psychoanalytical revelation to confession to biographical narration. Breitz composes and braids multiple streams of consciousness into conversation, cutting and pasting the long interviews so that they extend beyond their content, blurring the boundary between documentary and fiction, challenging easy notions of revelation and falsehood, and revealing the often contradictory and selective nature of memory. Each pair of twins’ contrasting views of reality and contradictory narrations of overlapping memories triggers a series of unexpected outcomes – at times humorous, at times dark. Breitz’s single-channel video installation The Character (2011) – also installed on a vertically mounted plasma display – will be shown in the smaller gallery space. Fifteen Bombay school children were each asked to watch a Bollywood movie prominently featuring a child character. During the shoot that followed, each child was asked to verbally portray the child character in the movie that s/he had watched. As they evoke fictional children from well-known Bollywood movies, the children offer a range of insights into the role played by ‘the child’ (as character and spectator) in mainstream Indian cinema. It becomes apparent that their own aspirations, views of the world and attitudes to life are at times closely related to those celebrated on screen. The children discuss their dreams and priorities in relation to those of the fictional children, their philosophies regarding persevering in life against all odds, and the importance of happy endings.

The edit avoids specific reference to particular movies or particular characters, instead weaving the fifteen interviews into a composite portrait of ‘the child’ within the Bollywood imaginary. The Character is at the same time a portrait of the culture of aspiration at the heart of mainstream cinema, through which the artist reveals a significant homologation towards the ideal of the individual that, starting from the film industry, pervades the way we experience reality. Personal and collective identity – both in the Factum portraits and in The Character – cannot abstract from a universe of psychological, anthropological and social implications that make Candice Breitz’s work a multidimensional portrait of the individual and the society that defines her.

 

 

kaufmann repetto è lieta di annunciare Factum, la terza mostra personale di Candice Breitz in galleria. Da più di dieci anni il ritratto è un motivo centrale nella ricerca artistica di Candice Breitz: attraverso una serie di video installazioni l’artista ha esplorato negli anni il territorio dell’esperienza individuale, attraverso la rete delle identificazioni sociali e delle caratteristiche che strutturano la soggettività. Negli spazi principali della galleria è esibito Factum (2010). Commissionato dal Power Plant di Toronto, la serie di otto video installazioni è composta da sette ritratti a due canali (e uno a tre canali) di altrettante coppie (e di un trio) di gemelli. Ogni dittico (o trittico), presentato su altrettanti schermi al plasma, è una sorta di ritratto multiplo e dinamico, che si snoda attraverso un doppio procedimento di identificazione e differenziazione. Come Factum1 e Factum2, i due dipinti che Robert Rauschenberg realizzò nel 1957, ciascun intervistato si rivela come un facsimile imperfetto del proprio gemello: l’identità apparente è negata da un sottile sistema di differenze. Per produrre Factum Candice Breitz ha condotto delle lunghe interviste a coppie di gemelli omozigoti di Toronto e dintorni. A ogni coppia è chiesto di scegliere la location per l’intervista (di solito uno spazio domestico) e di vestire allo stesso modo. I dialoghi tra i gemelli e l’artista (la cui voce è completamente esclusa dal lavoro finale) avvengono separatamente con un fratello e poi con l’altro, e affrontano argomenti che spaziano dalla famiglia e il rapporto con il proprio gemello a temi come il rapporto tra il sé e la comunità di appartenenza, la memoria e il proprio passato. Il risultato è lo sviscerarsi di un complesso sistema di relazioni differenziali tra ciascun individuo e la matrice sociale in cui è immerso. Attraverso il montaggio delle riprese, Candice Breitz enfatizza i tratti individualizzanti che contraddistinguono ciascun gemello, messo a confronto con un altro da sé il più possibile somigliante, in termini fisici ma anche esperienziali. I risultanti ‘dialoghi’ tra i gemelli rivelano un relativismo profondo che contraddice una visione del sé come entità definita, affermando piuttosto un processo di autoaffermazione che passa attraverso il confronto con l’altro. Factum pone interrogativi non tanto sull’essere gemelli, ma soprattutto sul processo di negoziazione che ogni individuo deve affrontare nella definizione del sé, processo che necessariamente passa attraverso il ruolo dell’Altro. Il rapporto con la telecamera, così come il tono delle conversazioni, è sempre diverso, variando dall’intimità al pudore, da una coinvolgente emozionalità a un approccio più razionale e distaccato. Lo spettatore assiste, di volta in volta, a una seduta psicanalitica, a una confessione, a una narrazione. A orchestrare e intrecciare in conversazioni questi flussi di coscienza è il punto di vista dell’artista, che, confondendo i confini tra documentario e fiction, struttura le immagini in modo da far emergere menzogne, visioni distorte della realtà, versioni contradditore dello stesso soggetto. Il risultato è un meccanismo smascherante che sfocia in esiti comici e a tratti dark. In un altro ambiente è presentato per la prima volta The Character (2011), una sorta di ritratto collettivo ‘in assenza’, girato con i bambini di una scuola di Bombay. A ognuno di questi è stato chiesto di vedere un diverso film prodotto a Bollywood, ciascuno dei quali pone un bambino al centro di un’avventura che vede il piccolo protagonista immancabilmente alle prese con un destino avverso. Durante le riprese del video, a ogni bambino viene chiesto di descrivere verbalmente i diversi protagonisti dei film. In questa evocazione fittizia dei famosi piccoli attori, i bambini offrono una serie di intuizioni sul ruolo del ‘bambino’ nel cinema Indiano popolare. Emerge così che le loro aspirazioni, la visione del mondo e della vita sono fortemente correlate al sistema di valori celebrato sul grande schermo. I bambini espongono i propri sogni e aspirazioni in relazione ai personaggi di finzione, enfatizzando ad esempio la necessità di perseverare contro le avversità e l’importanza del lieto fine. Il montaggio evita riferimenti specifici a un film o un personaggio in particolare, intessendo le quindici interviste in un composito ritratto della figura del ‘bambino’ all’interno dell’immaginario Bollywoodiano. The Character è allo stesso tempo il ritratto di un’intera cultura, che sembra aspirare agli ideali del cinema popolare. L’artista svela in questo modo una prepotente omologazione dell’individuo che, a partire dall’industria cinematografica, sembra pervadere la visione intera del mondo. In entrambe i casi la definizione dell’identità – personale o pubblica che sia – sembra non poter prescindere da un universo di implicazioni psicologiche, sociologiche e antropologiche, elementi costitutivi che fanno del lavoro di Candice Breitz un multiforme e sfaccettato ritratto dell’individuo e della società in cui vive.