Gianni Caravaggio: Sculptures with Thoughts and Feelings
[ Press Release ]
[ Comunicato Stampa ]
During my journey across the Alps, I find myself in awe at the sight of a majestic mountain ridge, delicately covered by the season’s first snowfall. The mist just below the crest veils it, making it seem as though it were floating in the air. This entire vision, and the emotion it stirs, appear to exist outside of me. And yet they arise because I feel such a natural spectacle echoing within my deepest memory — something that is in me but does not belong to me: it secretly inhabits me. The dissolution of the self in a cosmic experience seems to contradict the tendency to withdraw into everything. Perhaps I could say that, if a portrait of me were ever to exist in such a moment, it would be one of complete surrender, of abandoning myself in wonder before the other. I step aside; I offer everything to the one who is perceiving.
Sculpture harbors a particular possibility of confrontation with the other because it is, first and foremost, a thing, a body, and by its very nature it resists narcissistic projection, like a comet unexpectedly attempting to penetrate our atmosphere. Even if we use things with increasing technical determination, reducing their apparent physical resistance, they still oppose us with a demanding psychic resistance, so that only in moments of grace can they secretly appear animated and, in turn, animate us. This resistance of sculpture’s “thingness” offers the viewer two possibilities: to reassure oneself with what is casually recognized as material or figure, or to perceive the opportunity for a listening that takes place outside oneself. Such listening — the attentive, sensitive perception of what stands before us — may unexpectedly bring forth images that have atavically and primordially inhabited us, yet which we do not possess as certainties. Listening, therefore, is not confirmation, but a shared participation in a possible imaginative dimension evoked by something other.
Within this perceptual and evocative dimension, sensations become true. Like a portion of mountain veiled by mist, a wedge-shaped piece of alabaster covered with a sheet of opaline paper appears as a faint two-dimensional phantom, before revealing the full mass that lies beneath. An entire alabaster rock — an ovoid petrification formed in the Upper Miocene through the concentration and evaporation of marine waters trapped in closed basins — is gradually cut into sections shifted in one direction, and thus appears like a cloud moved by the wind, as if unveiling its own feelings. This wind also seems to trace the trajectory of two serpents, gleaming in the light of two different metals, that part and reunite along a straight line and appear to encounter a limit only in the circumference of the globe. Two stone slabs — one of white alabaster and the other of Belgian black marble — seem to have long nurtured the design that has emerged upon their surface: the cloud-like structure of the white alabaster appears to have announced the first rain, and the delicate white veins in the black marble have finally illuminated the three light bulbs in the constellation of Orion. Outside, beneath the plants in the courtyard, a piece of Guatemala green marble, in the sunlight, remembers having once been a leaf.
— Gianni Caravaggio
Nel mio viaggio attraverso le Alpi mi meraviglio alla vista di una maestosa cresta di una montagna e di come essa sia delicatamente coperta dalla prima nevicata. La nebbia poco sotto la cresta la vela, e pare farla galleggiare nell’aria. Tutta questa visione e la commozione emotiva sembrano situarsi fuori di me. Eppure, si generano perché sento echeggiare tale spettacolo naturale nella mia memoria profonda, che è in me ma non la posseggo: essa segretamente mi abita. Tale dissoluzione dell’io in un’esperienza cosmica sembra contraddire la tendenza a ritrarsi in ogni cosa. Potrei forse dire che, se mai esistesse il ritratto di me in un istante simile, sarebbe quello dell’abbandono completo nello stupore dell’altro. Mi scanso, offro tutto a chi sta percependo.
La scultura cova la particolare possibilità del confronto con l’altro perché è innanzitutto una cosa, un corpo, e, per tale natura, crea resistenza a una proiezione narcisistica, come una cometa che inaspettatamente cerca di penetrare la nostra atmosfera. Anche se le cose sono usate da noi con sempre più caparbietà tecnica, ponendo apparentemente sempre meno resistenza fisica, non mancano di opporci un’ardua resistenza psichica, tanto che solo in momenti di grazia possono apparirci segretamente animate e, quindi, animarci. Tale resistenza dell’“essere cosa” della scultura lascia allo spettatore due possibilità, rassicurarsi con quello che riconosce distrattamente come materiale o figura, oppure percepire l’opportunità di un ascolto fuori di sé. E tale ascolto fuori di sé, l’attenta percezione sensibile di ciò che si trova di fronte, potrebbe inaspettatamente far sorgere delle immagini che atavicamente ci abitano fin dagli arbori ma che non possediamo come certezza. L’ascolto, quindi, non è una conferma, ma un compartecipare a una possibile dimensione immaginativa evocata da qualcosa di altro.
In tale dimensione percettiva ed evocativa, le sensazioni diventano vere. Come una parte di montagna velata dalla nebbia, un pezzo di alabastro cuneiforme è ricoperto da un foglio di carta opalina e traspare come un leggero fantasma bidimensionale prima di rivelare tutta la sua massa reale sottostante. Una roccia intera di alabastro – una pietrificazione ovoidale prodotta in natura nel Miocene superiore dalla concentrazione e dall’evaporazione di acque marine intrappolate in bacini chiusi – è tagliata gradualmente in varie sezioni spostate in una direzione e appare così come una nuvola, mossa dal vento per svelare i propri sentimenti. Questo vento pare anche tracciare la traiettoria di due serpenti che brillano nella luce di due metalli differenti, che si lasciano e si ritrovano su una linea retta e sembrano trovare limite solo nella circonferenza del globo. Due lastre di pietra, una di alabastro bianco e l’altra di marmo nero del Belgio, paiono aver da sempre covato il disegno comparso sulla loro superficie: la struttura nuvolosa dell’alabastro bianco sembra aver annunciato la prima pioggia, e le sottili venature bianche sul marmo nero hanno infine illuminato le tre lampadine in costellazione di Orione. Fuori, sotto le piante del cortile, un pezzo di marmo verde Guatemala, alla luce del sole, si ricorda di essere stato una foglia.
– Gianni Caravaggio